Recensione | LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE al teatro Vascello

Sembra quasi un dardeggio il colloquio; s’espande artefatto, incrina esiziale il limbo sottile fra premura e tensione.
Salmastro s’imprime ogni accenno nel muzzo gioco di specchi; perché mi guardi? Un colpo di tosse.
Edmond non ha appetito, si compiace Mary, si crogiola nel nodo asfissiante del non detto.

In scena al Teatro Vascello fino allo scorso 13 gennaio, Arturo Cirillo ci offre l’ultimo fulgente frammento di quella trilogia statunitense iniziata con Zoo di Vetro di Tennessee Williams e Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee nella scelta di Lunga giornata verso la notte del premio Pulitzer Eugene O’Neill.
Un’interpretazione la sua, che affiancata da quella di Milvia Marigliano, Rosario Lisma e Riccardo Buffonini, riesce a carnificarsi nel ruolo, a farsi sopraffare, ferire, invischiare dalla sua struggenza.

Una famiglia, i suoi melanomi, i suoi enigmi; coagulo di traumi ne è il midollo; si rivela nella rabbia, nel riso metallico, alterna alla parola al silenzio.
Appiglio diviene la litote, colla apparente, velo che nega e sottende la cruda maceria di traumi passati; cos’è la malattia? E la dipendenza?
Laddove il fallimento cede il passo alla recriminazione, spaesante diviene una giungla familiare capace di dispensare a piacimento calore, crudeltà, tremore; vana sembianza ha il diradarsi della nebbia, rassicurante foschia, calda culla al sopraggiungere della solitudine.
Si fanno plumbei gli occhi di Mary, reticente il tentativo di James che goffo dissimula, brandelli di un reale tanto sotteso quanto evidente: mentr’egli si rifugia nell’alcol, in preda al dolore e all’insonnia, ancora la donna s’inabissa nell’oppio.
Singhiozzo è allora l’inespresso; esanime lo spirito s’abbandona alla reminiscenza, la nebbia tornerà, lo sento.

S’avvinghiano i due fratelli, si implorano, si logorano, s’invidiano, s’ingannano; continuano a sguazzare ubriachi nel suono deformante di fantasie morbose.
Siamo tutti falliti, siamo tutti parassiti; solo nei logori fondali dell’angoscia, nell’odio sputato, nell’accusa, nel sanguinoso merletto di sensi di colpa, quattro spettri deleritti riconoscono la loro parte morta; cadaveri, si riconoscono forse per la prima volta.
Ancora subentra la nebbia, è ora sola la donna, e sola si concede il delirio, striscia e s’accascia mentre una densità malsana l’avvolge.
L’infimo è esploso, emerso l’odio, la grettezza. Un abito bianco, un corpo sofferente; tutto annega di nuovo.

 

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