Recensione | VENERE E ADONE al Globe Theatre fino al 2 agosto

Inizia splendidamente questa nuova ed estremamente voluta stagione teatrale al Globe Theatre di Roma, con il debutto, lo scorso 29 luglio, di Venere e Adone, sonetto scritto da Shakespeare nel 1593, durante la pestilenza che a Londra costrinse alla chiusura forzata dei teatri – non a caso.
Sulla scena, fino al 2 agosto, Gianluigi Fogacci nei panni del Bardo, intento a scrivere l’opera, a plasmare i suoi personaggi: Venere, Melania Giglio, e il giovane cacciatore Adone, Riccardo Parravicini.

Partendo dalle condizioni in cui l’opera fu scritta, tristemente simili a quelle che stiamo vivendo oggi, Daniele Salvo costruisce una drammaturgia e una regia che sembrano letteralmente giocare con le nuove disposizioni di sicurezza che ci troviamo ad affrontare, portando in scena un’opera estremamente passionale, ironica e commovente, con tre attori che sul palco non hanno il minimo contatto fisico, sebbene la carnalità del testo emerga in ogni singola sfumatura. Anzi, questo rincorrersi senza mai toccarsi, la potenza del desiderio di Venere che non riesce a trattenere a sé il bellissimo Adone, non fanno che rendere ancor più intenso l’effetto del testo.

Shakespeare, Fogacci, costruisce e manovra i personaggi come burattini, gli dà voce, li spinge all’azione, blocca le loro iniziative spontanee, con espedienti molto divertenti: la sua presenza si fa sempre più silenziosa man mano che il pathos dell’opera cresce, diventando quasi spettatore impotente dell’epilogo tragico.
Parravicini è Adone, il giovane e bellissimo cacciatore che rifiuta l’amore di Venere, acerbo come un frutto non ancora pronto a staccarsi dall’albero, ma pieno di vita e coraggio: la prima parte della pièce dà spazio principalmente all’incisiva presenza scenica di Parravicini, ma nell’evoluzione del dramma il suo personaggio si fa sempre più presente e nitido, con un monologo finale in cui l’attore dimostra un’intensità davvero coinvolgente.
Melania Giglio, con la sua Venere, regala l’ennesima interpretazione da brividi, bellissima, ironica e sensuale, straziante in quel canto che infonde un senso di dolore e turbamento difficile da lasciar andare, anche quando le luci in sala si riaccendono.

Bellissima anche la scenografia: al centro del palco l’elemento che dà dinamismo alla messa in scena, una teca di cristallo in cui Venere rinchiude Adone, una gabbia che con tutte le sue forze la dea fa ruotare, per dare sfogo alla sua brama, mentre il giovane resta immobile, come un manichino da ammirare. Una gabbia di cristallo che ruota, con pioli da scalare, pareti trasparenti su cui restano gli aloni del respiro, di un bacio agognato, che s’imbrattano di sangue; cristallo che si fa terra e che da quel sangue, nonostante tutto, fa nascere un fiore.

 

 

 

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