Recensione | Il nipote di Wittgenstein:  Umberto Orsini in scena al Teatro Duse di Genova   

Il nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhard in scena dal 19 al 24 novembre 2019 al Teatro Duse di Genova.
L’amicizia tra Thomas Bernhard e Paul Wittgenstein nacque nel 1967 a Vienna mentre erano entrambi ricoverati in un ospedale, uno per crisi polmonare e l’altro per  improvvisi attacchi isterici. Questa amicizia divenne talmente profonda che ben presto tra le mani di Bernhard si trasformò in un libro. Vera e sincera era la loro familiarità che durerà  per molti anni e cesserà solo alla morte dello stesso Wittgenstein. Paul, nipote del famoso filosofo e membro della aristocrazia viennese, dissipò quasi tutti i suoi averi coltivando intensamente le sue passioni fino a ridursi all’indigenza. Per questo e per i suoi atteggiamenti eccentrici e sempre sprezzanti verso il denaro, venne allontanato dalla sua famiglia e visse nella più completa emarginazione. Solo Thomas Bernhard  si sforzava di capirlo e di comprendere la sua solitudine e il suo maniacale senso della vita.

Paul Wittgenstein, vedendo il continuo decadimento del suo corpo e  sentendo ormai vicino  i lenti ed inesorabili passi della nera donna con la falce, ripeteva in maniera ossessiva all’amico:

Duecento persone verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.

Ma quando Paul Wittgenstein spirò solo nove persone accompagnarono il triste feretro e nessuno dei nove si degnò di dire una parola di commiato al cospetto della bara come il defunto avrebbe auspicato nelle sue ultime volontà. Purtroppo, tra quelle  persone infreddolite presenti alla cerimonia non c’era neppure Bernhard che in quel momento era nell’isola di Creta.  L’improvviso e continuo avanzare della malattia del  giovane aristocratico aveva iniettato dentro Thomas una paura che prima non aveva, la paura della morte, della infermità e della solitudine che ne consegue. Ecco come lo scrittore descrive l’emarginazione del malato da parte del sano:

( da Il nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhard Casa Editrice: Adelphi)

Non c’è ipocrisia più diffusa di quella del sano nei confronti del malato. I sani, in fondo, non vogliono avere più niente a che fare con i malati e non sono affatto contenti che i malati, sto parlando dei veri malati, e cioè dei malati gravi, esigano tutt’a un tratto di ritornare in buona salute, o almeno di normalizzarsi o almeno di migliorare le loro condizioni di salute. Il sano, se è una persona sincera, ammetterà che non vuole avere più niente a che fare con il malato, non vuole che nessuno gli rammenti la malattia e, attraverso la malattia, logicamente e forzatamente la morte.

Il regista Patrick Guinand, da sempre rimasto affascinato da questo testo, scritto negli anni  ottanta, anni fa non ha esitato a proporlo in scena e la fruttuosa collaborazione con Umberto Orsini ha creato una pièce destinata ad entrare nella storia della drammaturgia per il modo con cui affronta le emozioni vissute nelle tetre stanze di una clinica psichiatrica.

Orsini un giorno disse di Bernhard quando  gli venne conferito il Premio Ubu per l’interpretazione:

 «Non “faccio Bernhard” io ho deciso di “essere Bernhard” e quindi più che fare un personaggio sono me stesso che parla con le parole di un autore grandissimo, che finirà comunque per prevaricarmi e quindi rappresentarsi».

Umberto Orsini si racconta confidandosi con una  ascoltatrice che pur rimanendo silente è necessaria per lo  svolgimento della trama. La confidente (l’ottima Elisabetta Piccolomini) oltre ad essere una uditrice attenta, aiuta Thomas nei suoi continui cambi d’abito permettendosi di riprendere lo scrittore quando interrompe il racconto con fastidiosi colpi di tosse. Il nostro al cospetto di questa misteriosa donna si lascia andare  confidando a lei e a se stesso cose e fatti anche dolorosi  che mai a nessuno avrebbe voluto svelare ad un estraneo. Umbero Orsini nella prestazione della drammaturgia disse:

«Il nipote di Wittgenstein è un testo che impone una recitazione “in solitario”, anche se la relazione con la muta presenza femminile in scena è fondamentale. È una difficile e impegnativa prova d’attore. Soprattutto devo fare molta attenzione mentre recito a non lasciarmi sopraffare dall’emozione. Sono abituato a gestire le mie forze per cedere alle emozioni in funzione del testo, ma ci sono dei momenti in cui quest’economia tenta di sfuggirmi e spesso l’emozione mi stringe la gola. Occorre allora un gran controllo, perché un testo come questo accende un’immensa auto-commozione»

Umberto Orsini è talmente entrato  nel personaggio da sentirsi  lui stesso Bernhard,  tanto da esserne un unico ed inimitabile interprete: quasi fosse un’autobiografica parte  di sé.   Il nipote di Wittgenstein è uno dei monologhi più apprezzabili della sua scintillante carriera  che lo rende uno dei grandi del teatro italiano.

 

 

 

 

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