Recensione | NEL TEMPO DEGLI DEI, Enrico Paolini moderno Ulisse al teatro Storchi di Modena

Nel tempo degli dei (il calzolaio di Ulisse) in scena dal 10 al 13 ottobre al teatro Storchi di Modena.
Enrico Paolini, nella costruzione drammaturgica, ben si trasforma nel coraggioso acheo. Eroe che dopo il ritorno ad Itaca deluso riprende il suo cammino che lo porta mestamente a rivivere i suoi ricordi e fingendosi il calzolaio di Ulisse parte verso l’Olimpo alla ricerca di se stesso. Un percorso teatralmente romanzato che in modo riflessivo trasforma l’attore veneto in un mito greco ormai fuori luogo. Un anti eroe  che ormai con il passare degli anni ha perso lo smalto di un tempo ed ora è solo un viandante dismesso,  piegato dal suo passato e dal peso dei rimorsi.  L’Odisseo Paoliniano è un individuo del nostro tempo deluso e disincantato. Il dramaturg Francesco Niccolini con fervidus ardor afferma che è stata fatta una speculare analisi del testo originale per trovare un pretesto per ingannare Omero pur rimanendo osservante alla fabula. Magistralmente il regista Gabriele Vacis ci fa comprendere che le divinità non sono più come ci tramanda la mitologia, ma vivono sulla terra e confondendosi con gli umani  assistono e sono partecipi alle tragedie della vita. Quindi la sorgente di  questa riscrittura è una leggenda dentro la quotidianità. Ed in questo locos il valente attore anima un Ulisse introverso ma ben capace di rappresentare la disumana umanità dove le divinità sono la classe agiata che allarmata ed insensibile vive con il terrore di perdere i privilegi. Nella visione drammaturgica il nuovo Odisseo tornato dopo mille peripezie nella sua patria,  dopo  aver attuato le sue vendette, è accolto con poco calore dalla  sua Penelope. Quindi si ritrova intimamente ad essere non più un vincente ma uno sconfitto che per evadere dalla nuova e triste realtà riprende a peregrinare in cerca di quella serenità che immaginava di avere trovato, ma che in realtà non aveva mai avuto. Allora il re acheo riprende a vagare senza meta con un remo fardello: il signum del remo portato in spalla simbolizza oltre al passato di marinaio anche il  greve peso dei suoi ricordi. Questo mi porta a divagare dal tema iniziale e ad immaginare Ulisse in uno di quei bar del porto frequentati  solo da uomini di mare che con lo sguardo assente e un bicchiere tra le mani fissano per ore i carghi in partenza e in arrivo. Loro sono i figli delle maree, tutti taciturni e con le rughe scavate dalla salsedine, naviganti  prigionieri dei marosi che hanno strappato a loro l’anima rendendoli partecipi dei loro stessi silenzi. Ma quando incontrano un interlocutore interessato alla loro vita è come se di nuovo levassero l’ancora e iniziano a raccontare, arricchendo sempre di più le loro storie a volte fantasiose ma sempre fatte di porti, di fortunali e di donne simili a sirene.

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Nella nuova visione il re di Itaca, ormai anziano,  si sente simile ad uno di quei marinai, che stanco, corroso nel corpo e nell’anima rimpiange di non aver vissuto una vita da uomo comune. L’attore durante l’incessante errare finalmente incontra un giovane studente che sotto le spoglie di un pastore pazientemente lo ascolterà e si sentirà rapito dalla sua storia. Ed Ulisse con un sospiro di sollievo si sentirà liberato da un peso ed accarezzerà la sognata serenità. Paolini inizia una rievocazione dei principali episodi, della sua odissea, evitando alcuni passi principali, ma concentrandosi sui più noti del  poema omerico e sulla profezia di Tiresia:

“  fino a quando un uomo si siederà accanto a lui e gli chiederà di raccontare la sua storia, solo allora l’eroe si sentirà liberato dalle catene e dai tormenti che lo affliggono e potrà tornare a casa ”.

La drammaturgia rielabora la leggenda, presentando un’opera  che evade il mito per legarsi alla nuova realtà. Il linguaggio arricchito con terminologie moderne unisce il testo al nostro vivere e l’accento veneto avvicina Paolini alla sua terra. Primaria è la parte fonica, che con le notevoli prestazioni canore di Saba Anglana: che con la sua splendida voce incanta il pubblico, Lorenzo Monguzzi, ottimo nella parte  di (Femio), Elisabetta Bosio, una briosa (Atena) e Vittorio Cerroni, il  pastore studente che in effetti  durante la pièce si muterà nel dio (Ermes), senza dimenticare Elia Tapognani. La musica accompagna, quindi, i momenti salienti della narrazione e della ripetitiva storia dell’uomo regalando impulsi e raccordandosi con la realtà. L’impatto scenico si impone in simbiosi con la fonica, notevoli sono gli effetti che scuotono il pubblico.  Il regista Gabriele Vacis sempre istrionico con il suo impulso creativo si confronta  con un personaggio controverso ma universalmente ricco di fascino trasformandolo  nel corso della pièce in un uomo che conscio della sua umiltà è un passivo spettatore dell’inesorabile mutamento della nostra società.

 

 

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