Recensione | LA COMMEDIA DI GAETANACCIO al teatro Eliseo

Ancora avvolto dalla penombra lo spazio avverte una luce; la lanterna è fioca, vaghi i contorni della sagoma che felpata attraversa il palco.
Un editto risuona, preannuncia solenne un tempo senza clemenza, il teatro è sotto censura.
Gaetanaccio è spinto sul palco, fra corde e legacci da mastro burattinaio è costretto alla fame, ad un “teatro instabile” garante inevitabile di rinuncia e carestie.
Questo l’esordio de La commedia di Gaetanaccio celebre opera di Luigi Magni che, dopo quarant’anni dal suo iniziale debutto, torna in scena al Teatro Eliseo di Roma inserendosi fino al 10 Marzo nella stagione del suo centenario.
Un cigolio precede il carro di attori; fra canto e stornello intonano la danza della diaspora, s’avviano indignati all’esilio.
Se l’intento primo di questa commedia musicale è quello di porsi in continuità con la precedente, diretta e interpretata da Gigi Proietti, ciò si concretizza nella scelta di un cast brillante e sfaccettato in grado di far emergere la pièce in tutta la sua intrinseca attualità.
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Non solo lo scoppiettante connubio fra Giorgio Tirabassi e Carlotta Proietti, ma anche la presenza di giovani attori che, nella loro eterogeneità, contribuisce alla resa d’un opera assonante quanto rocambolesca nelle sue innumerevoli sfaccettature.
Se gli artisti sbaraccano, costretti a tramutarsi in sottomondo reietto in preda alla carestie, il burattinaio non si arrende, ancora tenta di convincere l’amata Nina a rimanere a Roma, a scegliere l’amore alla fame.
Ma lo sconforto conduce all’abbandono; una danza nostalgica, un balletto struggente lo porta all’incalzante diatriba, al macabro tango con la Morte.
Ormai stremato, ormai convinto d’esser divenuto rottame che naufraga nel flusso della vita, assiste sollevato al ritorno dell’amata ma ancora altri ostacoli dovrà valicare.
Dapprima Fiorello, stravagante figliolo del vecchio Pulcinella, poi l’elemosina, la prigione, la fatua illusione d’un lauto banchetto.
Nel climax assordante di umiliazione e languore, sempre più il mondo assume le sembianze d’una “grande macelleria”, sempre più si è tentati a volger le spalle all’arte, all’afflato, per farsi buffoni di corte.
Anche l’amore sembra disfarsi, quando dinanzi alla minaccia della morte ritrova glorioso il suo fulgore, l’insidia è trinciata con la sua stessa falce, ritorna la vita.
Nell’armonia d’un finale che rende omaggio alla maestria della costumista Santuzza Calì, gli interpreti raggiungono il proscenio sovrastati dalla bizzarra presenza di marionette sospese che in modo del tutto eloquente, ne richiamano i connotati.
Riusciranno forse ad infrangere il silenzio.

 

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