Recensione | LA CLASSE di Vincenzo Manna al Sala Umberto

In scena al Sala Umberto di Roma fino a domenica 25 novembre, La classe di Vincenzo Manna con la regia di Giuseppe Marini.

In un Istituto Comprensivo a due passi dallo “Zoo”, un enorme campo profughi, Albert, giovane professore di Storia, viene incaricato di tenere un corso di recupero pomeridiano per sei studenti difficili, sospesi per motivi disciplinari.
Si scontrerà con la rabbia dei ragazzi, il loro bisogno di ribellione, ma troverà il modo di comunicare con loro, dandogli un obiettivo, un modo per mettersi in gioco.
I sei ragazzi parteciperanno, infatti, a un bando europeo per le scuole superiori, dal tema “I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto”.
Ma non sarà l’Olocausto del passato l’oggetto di studio della classe, bensì gli eventi terribili che stanno avvenendo non troppo distanti da loro, nei paesi da cui provengono molti dei rifugiati dello “Zoo”.
Un’esperienza intensa e dolorosa, che amplierà il loro sguardo, li avvicinerà e li cambierà nel profondo.

Un testo interessante quello di Manna, che riesce a coniugare molti temi caldi e problematici del nostro quotidiano, suscitando non poche riflessioni.
La criminalità, i conflitti sociali, lo stato di abbandono di una qualsiasi cittadina europea in forte crisi economica.
Tutto questo è pura, triste attualità e Vincenzo Manna cerca di arrivare alle radici di questo disagio, analizzando le motivazioni che spingono dei giovanissimi alla violenza cieca, senza nessun rispetto non solo dei ruoli e delle gerarchie, ma più propriamente di un essere umano simile a se stesso, che sia un insegnante o un rifugiato proveniente da un altro paese.
I personaggi sono costruiti con cura, tutti completamente diversi tra loro, con i propri tratti caratteristici e carichi di un vissuto spesso difficile che si manifesta nella violenza, nella paura o nel silenzio.
Molto pulita e coerente la regia di Marini, così come l’interpretazione degli attori, tra cui spicca Andrea Paolotti, nel ruolo del giovane insegnante, incisivo ed essenziale in ogni battuta.
Molto suggestive le scene di Alessandro Chiti, che ricostruisce con meticoloso realismo le pareti di un’aula fatiscente, microcosmo di disagi e specchio di una società in declino. Una società che dovrebbe contare sui giovani e sul loro entusiasmo per rialzarsi, ma che spesso non li ascolta abbastanza.

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