Recensione | A PORTE CHIUSE, Sartre tra prosa e tango al Cometa OFF

A porte chiuse, opera teatrale di Jean-Paul Sartre, si è appena concluso al Cometa OFF di Roma.
La Compagnia InControVerso, nata da una fusione tra cultura teatrale italiana e armena, ha presentato una versione interessante della pièce, inserendo l’elemento espressivo e intrigante del tango.

Si muove tra dramma e coreografia, dunque, lo spettacolo diretto da Marine Galstyan, qui anche interprete con Sargis Galstyan, che ne firma le coreografie, ed Eleonora Scopelliti.
Tre anime si trovano a condividere la stessa stanza dell’inferno. Una stanza senza finestre e con una porta impossibile da aprire. Nessuna tortura fisica, ma l’eterna convivenza fra sconosciuti: una crescente lotta in cui ognuno si rivela carnefice dell’altro, tra manipolazione e seduzione, mettendolo davanti alle atrocità delle proprie azioni compiute in vita.
Gradualmente, infatti, i tre si spogliano delle loro corazze per lasciar trapelare la tragedia della loro esistenza terrestre, in un infinito e devastante vortice che non lascia scampo.

Sargis Galstyan (2).JPGUn testo profondo, che scava nelle personalità e nel vissuto dei personaggi, nei rapporti conflittuali che nascono e si evolvono.
Quella del tango è una scelta assolutamente coerente con l’atmosfera che suggerisce l’opera: il potere comunicativo della danza, e più propriamente del tango, con la sua energia passionale e struggente, non fa che rafforzare la componente emotiva del testo, creando un coinvolgimento totale dello spettatore.
Bellissime le coreografie, dagli affascinanti passi a tre agli assoli dell’intensa Galstyan, che vanno ad arricchire i momenti di maggior pathos della drammaturgia.

La regista sceglie di mostrare al pubblico quello che nel testo di Sartre è solo evocato: tutto ciò che i tre personaggi vedono o pensano di vedere al di là della stanza che li tiene segregati, i loro affetti e averi terreni che continuano a vivere senza di loro.
Anche questa scelta si rivela calzante, sia grazie all’espressività di un ensemble di interpreti che si fa notare nonostante le pochissime battute, sia grazie alla suggestiva scenografia: lo spazio scenico è diviso in due piani sovrapposti, quello dei vivi e quello dei morti, due mondi incomunicabili, uniti da una simbolica scala, spezzata e impraticabile.

 

 

 

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