Recensione | I MISERABILI con Franco Branciaroli al teatro Quirino

In scena fino al 4 novembre al teatro Quirino di Roma, I Miserabili di Victor Hugo, un adattamento teatrale a cura di Luca Doninelli, con la regia di Franco Però.
Una pièce curata nel dettaglio, che si avvale di una meravigliosa scenografia, a opera di Domenico Franchi, al tempo stesso astratta e capace di dar forma con rapidità alle tante ambientazioni della storia, conferendo anche un forte elemento di dinamismo all’azione.

Merita una riflessione approfondita l’adattamento teatrale di Doninelli.
Scelta senza dubbio impegnativa quella di portare sul palco un classico della letteratura ricco di così tanti contenuti: un’opera complessa, traboccante di trame e sottotrame, numerosi personaggi a loro modo protagonisti e fondamentali.
Risulta necessario, dunque, un lungo e faticoso lavoro di selezione che porta inevitabilmente a rinunce, fusioni e rielaborazioni.
Uno dei punti dell’adattamento che potrebbero considerarsi deboli è il continuo e forse non sempre necessario escamotage del racconto indiretto: sono molte le azioni, anche importanti, che non vengono mostrate, ma narrate, rischiando a volte di appesantire la messa in scena, perdendo di immediatezza e naturalezza.
Un esempio si può riscontrare nella morte di Eponine che, durante l’attacco alle barricate, para il colpo di baionetta destinato a Marius, che ama senza essere corrisposta.
Uno dei momenti più drammatici ed emozionanti dell’opera non viene mostrato, ma letteralmente descritto dalla giovane che, morente, riesce addirittura a delineare il preciso percorso della pallottola nel suo corpo.

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Il testo, così come la regia, scelgono, a ragione, di discostarsi dai più famosi adattamenti dell’opera, a partire dal musical londinese fino alle varie versioni cinematografiche.
La continua ricerca di adattamenti e riscritture del capolavoro di Hugo indica chiaramente come quest’opera del 1862 sia tutt’altro che lontana dai nostri giorni, presentando un carattere di attualità e di crudeltà drammaticamente vicini al presente.
L’impostazione registica di Franco Però è decisamente allineata a un tipo di teatro classico, si attiene molto al testo, rispettando il carattere originale dell’opera letteraria, ma raramente si riesce a cogliere una ricerca che guardi all’attualità.

Anche l’impostazione della recitazione è in generale molto classica, pulita e misurata, specialmente negli interpreti più esperti, primo tra tutti Franco Branciaroli con il suo Jean Valjean, mentre tra gli attori più giovani si percepisce, a volte, una minore precisione tecnica che è però sostenuta da una forte componente passionale: in questo senso si contraddistingue, ad esempio, Valentina Violo, un’intensa Eponine.
Ottima anche la performance di Francesco Migliaccio che, soprattutto nel finale, incarna con accuratezza la personalità complessa e tormentata di Javert.

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