Recensione | NON SI UCCIDONO COSì ANCHE I CAVALLI?, regia di Giancarlo Fares

Dopo il successo della scorsa stagione con Le bal. L’Italia balla dal 1940 al 2001, il regista Giancarlo Fares porta nuovamente la danza al teatro Sala Umberto, con Non si uccidono così anche i cavalli?, un suo adattamento tratto dall’omonimo romanzo di Horace McCoy, poi trasposto per il cinema da Sidney Pollack nel 1969.
In scena, fino al 14 ottobre, la storia di una folle maratona di ballo, protagonisti giovani alla disperata ricerca del successo. In cambio di vitto e alloggio le coppie accettano la sfida: giorni e notti di ballo forsennato e senza interruzioni, per essere notati da produttori e registi che scommettono su di loro.

Presentatore dell’evento, Joe, un bravissimo Giuseppe Zeno perfettamente calzante nel ruolo, vero mattatore, carnefice e a suo modo vittima silenziosa del massacro che si consuma sul palco.
Le canzoni in stile elettro-swing e jazz manouche, scritte appositamente dal cantautore romano Piji ed eseguite dal vivo dal Piji Electroswing Project, sono parte fondamentale dello spettacolo, insieme alle accattivanti scene di Fabiana Di Marco e ai costumi di Francesca Grossi.
Sara Valerio
è Gloria, una dei concorrenti, l’unica a staccarsi dalla massa per dar voce all’evoluzione di sentimenti che avviene in pista.
Tutti gli attori/danzatori riescono a delineare perfettamente i tratti caratteristici dei loro personaggi, pur senza l’ausilio di parole. La mimica, le splendide coreografie di Manuel Micheli, l’interpretazione e il ritmo, che si mantengono sempre alti nonostante il notevole sforzo fisico, descrivono chiaramente le personalità, i rapporti e i conflitti delle sette coppie, tanto da lasciare, a fine spettacolo, interesse sulle loro sorti future.

La pièce, però, non ha lo scopo di soffermarsi sui singoli personaggi, ma li sfiora per poter affrontare un concetto più ampio, il meccanismo messo in moto da questo tipo di competizione, una sorta di reality che mostra le varie sfaccettature dell’umanità, le eleva per poi distorcerle, fino ad annullarle, unendo ironia e dramma in un lento e costante massacro imbellettato con sorrisi, paillettes e musica swing.

 

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