Recensione | NON SIAMO ALL’ALTEZZA, fino al 30 settembre al Cometa Off

A inaugurare la nuova stagione del Cometa Off, Non siamo all’altezza, di Giulio Guarino con la regia di Emilia Nina Di Pietro, in scena fino al 30 settembre.

Il testo indaga con ironia il fenomeno della diversità sociale, ambientando la vicenda nell’abitazione di una famiglia tutt’altro che usuale. Corteo Rivolta, burbero e stimato esperto di botanica, è padre di quattro figli avuti da quattro relazioni diverse, tutti con evidenti deformità o menomazioni; vive con loro anche lo zio Sasha, fratello di Corteo, aspirante attore dai modi eccentrici.
Giulia, la figlia minore di Corteo, si innamora, ricambiata, di un suo compagno di università, Lei Morales, che con la sua normalità irrompe in casa Rivolta, portando tutti i membri della famiglia a confrontarsi con le proprie diversità.
L’anormalità è intrinseca nell’oggetto o è frutto di un giudizio, di una convenzione sociale?

Molto stimolante la tematica, così come la chiave ironica con cui la si vuole affrontare, ma gli ottimi presupposti non sempre trovano una risoluzione perfettamente funzionale sulla scena.
La prima parte dello spettacolo è dedicata alla presentazione dei personaggi e dell’ambiente: i toni confusionari e concitati immergono da subito il pubblico nell’atmosfera della pièce, con interessanti intuizioni registiche e l’ottima interpretazione di Graziano Piazza, nel ruolo di Corteo, che da subito si eleva rispetto al resto del cast.

Questa prima fase, però, finisce presto per trascinarsi verso un punto di svolta che sembra non arrivare: si ha la sensazione di una strana staticità, non tanto nell’azione, quanto nel suo fine.
Un primo passo, finalmente, avviene con l’ingresso di Lei, interpretato da Guglielmo Poggi: casa Rivolta, costruita come un nido per proteggere l’unicità dei quattro ragazzi, viene invasa da ciò che solo per convenzione sociale viene definito normale, generando
una vera e propria scossa che porterà a galla segreti inconfessabili, traumi repressi, prese di coscienza dolorose e la definitiva questione dell’essere o meno all’altezza della propria condizione.
L’azione si carica di tensione, la stanza diventa un’arena in cui vittime e carnefici si scontrano e si scambiano i ruoli, fino al finale che, pur offrendo una riflessione importante e amara, lascia un bisogno irrisolto di maggior definizione.
E’ come se ogni personaggio avesse da dire molto più di ciò che gli è concesso, probabilmente per una commistione di diversi fattori: la forza del contrasto tra l’ironia del testo e il dramma celato al suo interno è data dalla rappresentazione del non detto, del sottotesto, ma questo elemento rimane quasi sempre superficiale, sia nell’interpretazione degli attori più giovani, quanto nella regia, che nel colore e nella concitazione lascia poco spazio a necessari, seppur brevi, momenti di distensione.

 

 

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