Spazio Diamante – Festival inDivenire | Il 26 settembre CHIUSI FUORI, i sogni e la sopravvivenza all’interno del carcere

La Compagnia

M A R i N T E R N i

Presenta

CHIUSI FUORI

Con Giacomo Buonafede, Piergiorgio Maria Savarese, Alessandro Cicone

MUSICHE Alessandro Cicone

COSTUMI Giorgia Marras

TESTI Giacomo Buonafede

REGIA Sarah Sammartino

PREMESSA Il nostro progetto nasce dalla curiosità e dall’interessamento per le tematiche affrontate nei testi “Nel bosco di bistorco” e”I sogni di palmi”, editi dalla casa editrice “Sensibili alle Foglie”. Il tema centrale in entrambi i libri è la torsione psicofisica subita dall’uomo all’interno della sua reclusione, nelle istituzioni totali. In parallelo a questa, soprattutto, la forza che spinge l’uomo a sopravvivere in un ambiente privo di stimoli e di speranza, come può essere spesso il carcere. Nelle risorse principali di ogni detenuto c’è il sonno che in determinati casi porta sogni. La nostra ricerca è partita infatti dalla lettura dei sogni di alcuni detenuti, studiando il beneficio che essi traevano nel trascriverli e nel condividerli fra loro, da una cella a l’altra (Esperienza raccontata nel libro “I sogni di palmi”). E, oltre a questi, ci siamo interessati alle diverse “dinamiche di sopravvivenza” che i detenuti attuano nella loro quotidianità, quindi alle azioni che effettivamente leniscono la loro condizione reclusoria (“Nel bosco di bistorco”). Da queste ricerche è nato quindi un testo, che cerca di raccontare, con la storia di due detenuti, la vita all’interno del carcere e quindi un modo di convivere con questa. La cosa che più ci ha spinto a raccontare questa storia è la sua universalità, perché anche in contesti totalmente differenti da quelli istituzionali, possono crearsi situazioni analoghe a quelle di una reclusione carceraria. Nel linguaggio teatrale la ricerca su questa tematica si rivela essere sempre molto attiva e stimolante. La cosa che ha infatti unito questo gruppo e poi successivamente dato vita a questo progetto, è proprio la voglia di raccontare attraverso questa ricerca le varie sfumature e suggestioni che la tematica trattata offre.

METODO DI LAVORO E TEMI Il progetto nasce dal testo scritto da Giacomo Buonafede, per poi andare a limare, tagliare e perfezionare la drammaturgia attraverso una ricerca con gli attori guidata dalla regista Sarah Sammartino. Dai diversi metodi e linguaggi dei componenti del gruppo, provenienti da studi e percorsi lavorativi differenti, siamo arrivati ad un codice di lavoro comune, che è andato poi a contaminare la scena. Il gesto, la parola, il ritmo, la musica: questi sono gli strumenti su cui si focalizza il nostro lavoro. Lo studio sui due personaggi con le loro caratteristiche, il loro rapporto e obiettivo comune, sono le colonne portanti della storia. Due opposti che si attraggono e vanno a completarsi, tengono in vita se stessi attraverso l’altro, essendo imprescindibili. Formano una coppia comica che gioca e si diverte per poi sorprendere ed andare a toccare a fondo i temi della detenzione, del malessere, della costrizione, della mancanza degli affetti e della quotidianità fuori da un mondo di privazione. Abbiamo scelto di inserire un rumorista che crei tutti gli ambienti sonori che gli attori visualizzano e vivono a pieno con il loro immaginario e la loro fisicità. L’interazione continua con suoni di ambienti e oggetti, permette la creazione di scenari immaginari con cui interagire. L’assurdità dei luoghi creati dall’immaginazione è contrapposta alla recitazione verosimile degli attori, che alternano parti fisiche ricche di virtuosismi e pantomima per rendere al meglio l’ambientazione, a dialoghi e monologhi estremamente realistici che mettono in evidenza le fragilità e la purezza dei personaggi.

SINOSSI Due detenuti, identificati come A ed F, evadono dal carcere. In mano tengono ben stretto l’oggetto che ha dato vita al loro viaggio: una federa di cuscino con all’interno i sogni trascritti da loro e altri detenuti, sequestrati dalla polizia. L’obbiettivo dei due è quello di rispedirli tramite lettere ai loro compagni, una volta fuori. Nel loro percorso riscoprono scenari dimenticati come spiagge, boschi, dirupi e paludi; si scontrano con le loro fragilità e le sofferenze date dalla detenzione. Dialoghi drammatici si intervallano a momenti più vivaci e comici, infatti, i due per quanto opposti si completano e proprio grazie alle loro differenze riescono a farsi forza per compiere il loro piano attraverso Henry, un amico disposto ad aiutarli. Stanno per farcela, si trovano ad una pompa di benzina aspettando che il loro complice possa arrivare da un momento all’altro, quando …

OBIETTIVI Stimolare un occhio critico verso ogni forma di oppressione e reclusione, anche negli ambienti più comuni quali quelli lavorativi e le situazioni quotidiane disagiate. Mettere in evidenza Il metodo di evasione non fisico ma attraverso uno “stato modificato di coscienza” ovvero ciò che porta ad immaginare la propria persona in un altra realtà, non effettiva ma emozionale, per uscire fuori da una vissuto opprimente, qualsiasi esso sia.

Dal libro NEL BOSCO DI BISTORCO (pag.266 – 267) “… Si rivolge al recluso che gli cammina al fianco e chiede: l’ultima gita in un bosco, la ricordi? Ed ecco che il suo sguardo si stacca dal presente e s’aggancia ad un ramo, a un filo d’erba a una foglia della sua memoria sensoriale. Contatto! Ora tutto il suo corpo “torna” sensorialmente in quel bosco. Non solo la sua coscienza balza in uno stato modificato e discreto. Anche la pelle delle sue mani “sente” l’umidità della corteccia degli alberi. Anche la pianta dei suoi piedi affonda nelle morbidià scricciolanti del terreno. “Era un bosco di castagni!”. Si china. Raccoglie una castagna e la fa saltellare sul palmo della mano. Proprio una bella castagna! Due ore son volate in un momento. La parola di suggestione apre alla transe spontanea quando colpisce un ricordo sensoriale del passato. Memoria del corpo che sa tutto di se stesso e non memoria astratta riservata al pensiero concettuale. La transe orientata al richiamo di ricordi sensoriali felici distoglie dalla sofferenza a vivere in un contesto tarato di stimoli costanti. Se, in un contesto totalmente deprivato di stimoli – annullamento sensoriale – la vita risulta impossibile, anche un ambiente a “stimoli costanti” in un periodo relativamente breve, produce lo stesso effetto.

Ogni sistema reclusorio raggiunge – attraverso interazioni e regole non scritte – una sua omeostasi. Si assesta cioè ad un punto di equilibrio che costituisce il suo stato doloroso ordinario. L’attività ludica crea una diversione, segna una discontinuità rispetto alla scena ordinaria della pena. In ogni gioco si entra varcando una soglia. Per attraversarla, però, è necessario evitare il linguaggio che organizza l’azione reclusiva e che irrimediabilmente trattiene al di fuori di ogni altro gioco. Ma sottrarsi non basta. Occorre nondimeno che sgorghino, dal comune desiderio di irreclusione, quelle azioni simboliche – gesti, parole, suggestioni – che guidano il corpo prigioniero nella scena irreclusa. Giocare è, insieme, una transe collettiva e un cambiamento di mondo. Un passaggio dal mondo dell’ordinaria condizione penosa, al mondo Altro delle relazioni ludiche. Come il bambino quando gioca non fa ” come se”, non simula, non finge, ma “è” – se gioca ai corsari è davvero un corsaro e la stanza in cui gioca è proprio una nave – così nel “cerchio magico” che si crea tra i reclusi, ogni cosa detta diventa per ciò stesso vera. Nel “cerchio delle meraviglie” l’azione simbolica tocca e vivifica in ogni senso, perché sgorga dalle esperienze passate del corpo irrecluso, oppure dai suoi più vividi sogni sul futuro. Nel momento stesso in cui l’azione ludica ha inizio, i reclusi traggono da se stessi e dal collettivo le energie positive che mettono in gioco. Come dire che la diversione ludica è in se stessa curativa e benefica. Nel momento in cui la compie, il recluso non è un individuo passivo – come l’istituzione vuole – ma soggetto collettivo che “fa”, che inventa un mondo suo. Ad un occhio esterno può sembrare strano, ma transitando tra i giochi anche i reclusi diventano nomadi e, come i popoli nomadi, traggono gran beneficio dal fatto stesso di mettersi in cammino. Naturalmente i giochi di irreclusione sono tanti. Alcuni, puramente abreativi, si limitano a favorire il bisogno che ogni recluso ha di analgesizzare il dolore della propria condizione. Altri, più fantasiosi e creativi, arricchiscono, oltre a lenirlo, il cuore di chi gioca.”

 

26 settembre alle ore 19:00
Spazio Diamante – Via Prenestina 230 B, Roma

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